06/05/2009
Parlo con me stesso. Mi ascolto. Non penso sia tutto a posto. Scegliere l'esilio è la via più facile. Scegliere l'esilio è la via più difficile. Scegliere è sempre - comunque - mortale.

***
Il sistema solare è un dolore che sbiadisce ormai lontano, non c'è più niente da perdere e soprattutto nulla di cui potersi pentire. Superato il punto di non-ritorno esiste solo ciò che ti trovi davanti. E la disperazione, certo, la maledetta nenia che ti assilla il cervello.
Sono corrotto fino al midollo, sono materia evanescente, le rose sono appassite, i ciliegi non fioriscono più in primavera. La luna che conoscevo ora è verde, talvolta di un giallo sulfureo che tiene alla larga ogni forma di vita.Eccetto me, muto osservatore celeste, triste viaggiatore cosmico che attraversa gli anni della luce sfidando la relatività.
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13/03/2009
Ho sempre ammirato l'incostante perfezione dell'universo e, in piccolo, del nostro sistema solare. I vuoti tra i pianeti si susseguono senza alcuna regolarità, enormi campi da gioco per giostre cosmiche il cui divertimento è eternamente sincero.

***
I

Ricordo bene l'ultima sera, che fu poi ancora notte. Percepivo la corsa sull'orbita, la volta celeste danzare caparbia, i pianeti pulsare: l'universo aveva smesso di chiamarmi; mi stava ormai aspettando, consapevole.

Avevo un mappamondo sulla scrivania, da giovane. Lo giravo e rigiravo pensando che fosse tutto lì, a portata di mano, una sfera, soltanto una terra, soltanto una razza vivente. Sognavo già di viaggiare, certo, indicavo un punto a caso e con fare ostinato mettevo da parte dei soldi per raggiungere il posto segnato.
Passarono gli anni. Passarono i viaggi. Ma niente mi bastava. Niente mi sarebbe bastato. Più vedevo, più volevo vedere. Più viaggiavo, più volevo viaggiare. Più andavo lontano, più avanti spostavo i miei confini. Gli esseri umani mi avevano annoiato da tempo, il fascino delle loro piccole vite incomprese era passato in secondo -forse terzo- piano. Ero un insensibile tra i sensibili, ero un consapevole tra i dimentichi. Mi stavo annientando da solo.

Ero interessato alla vita, al suo mistero, non ai suoi perchè; volevo vedere, tastare, annusare, abbracciare, i suoi COME, esserne parte, in tutte le sue manifestazioni. La vita non era geocentrica, nè tantomeno eliocentrica, semplicemente non aveva alcun centro, se non essa stessa. Nessun punto, nessun centro, infiniti centri. Ed io volevo vederli tutti, volevo morire in quel viaggio impossibile.

Decisi di non tagliare la barba fino alla partenza. Volevo nascondermi, esorcizzare la mia umanità sociale. Ma scelsi un gesto decisamente umano, decisamente "terrestre". Col senno di poi riesco a sorriderci sopra. Perchè non dimentico da dove provengo, non l'ho mai dimenticato. Ma l'uomo non proviene dall'uomo, proviene dall'Universo, dalla vita, dal cosmo, dalla Natura, dalla Terra. Da tutte le Terre.
E questo che è stato dimenticato, io non posso scordarlo.

II

Mi sono svegliato all'improvviso, il rumore dei fuochi d'artificio ancora nella testa, il residuo di una vita allontanata, l'ancora che la mia mente disperata getta nel suo mare per non perdersi del tutto.
Mi alzo trascinandomi davanti allo specchio, sciacquo il viso irrigidito dalla barba; mentre i miei occhio ruotano indaffarati, dall'oblò sbuca meravigliosa una sfera celeste sospesa in un vuoto apparente: Nettuno, la mano vellutata del Caos che disegna incomparabile il pianto cosmico, il freddo recondito del sistema solare, appare all'orizzonte a riscaldare il mio viaggio.
Per gli esseri umani il metano è solo un gas; l'universo lo trasforma in uno splendido blu che ti ruba l'anima.

***

L'unica cosa che può superare in magnificenza l'universo, è l'universo stesso.
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09/03/2009
Le urla fuori, tutt'intorno, risalgono tra le sbarre per cacciarmi un sussulto, un conato di vomito ribollente. Mi blocco appena prima, proprio quando la matassa sfiora l'ugola. Abbozzo un sorriso, mi sento forte. Mi sono sentito forte, credo. Le voci agitate ai confini della mia cella non si danno pace.
Cammino lentamente disegnando tutte le figure geometriche che ricordo dai tempi della scuola. Cerco di essere regolare, pacato, soffice con i piedi sulla fredda pietra scalfita dal tempo. Ecco un triangolo, forse mi riesce isoscele, poi un quadrato. Percorrendone la diagonale immaginaria dei miei passi tocca ad un rombo un po' storto, mi ricorda un aquilone e per un attimo, un solo istante, mi sembra di volare saltando una rupe sul mare. Sento un rumore sordo proveniente dal corridoio, i miei occhi ruotano tradendosi. Sono nervoso adesso, il conto alla rovescia è già iniziato e sono io il boia che uccide i secondi con ingordigia.
Il pentagono va a farsi maledire perchè i miei piedi oscillano inquieti, l'esagono è ancora peggio ma poi mi blocco d'improvviso. Mi ricordo risate lontane, ciuffi di capelli mal pettinati che ondeggiano sulla mia fronte, gli occhiali poggiati sul naso che sembrano cadere dalle sopracciglia come una cascata di imbranataggine; il banco è verde, completamente scarabocchiato. Vi è un accurato disegno dell'Europa, quando ancora non esisteva, quando ancora non se ne parlava. E' tutto così lontano, eppure così vivido. Ma mi tocca scendere dall'ottovolante, non c'è rimasto più tempo per il resto della geometria.
Tocca al sottoscritto.
22:04 | commenti
07/03/2009
L'isolamento. Mi hai visto, questo posto puzza. Le ossa rotte ed il sangue che ho perso dai pensieri; e poi c'è quel gatto, gli occhi fissi sulla libertà.
Me ne sto contratto, le spalle al muro, la testa reclina sulle ginocchia, il cielo fuori è oscurato dalle pareti di questa stanza. Sento un leggero pianoforte provenire dal piano di sopra, l'oscurità amplifica ogni nota come un rimbalzo a canestro. Un rumore sordo, poi il sax inizia il suo lamento, tremante, dolente, mi rovescia l'anima con precisione maniacale; sottile si irradia nel mio corpo, dalla testa lo sento fluire verso le tempie scoperte, le braccia smagrite, le mani corrose, i capezzoli infreddoliti, e più giù ancora all'ombelico. Le dita dei piedi mi gelano per un attimo che dura in eterno, poi la frusta ballerina di questa musica avvampa anche loro.
Ho caldo.
14:18 | commenti
05/03/2009
Passo di danza successivo, un rimbalzo, eccoti riflesso allo specchio, senza gravità, nudo, violato, sporco.
Lo spazio sciama all'esterno della mia cabina, perplesso è anche l'anello che circonda Nettuno sullo sfondo. Sono già stato altre volte qui, ma questa mi sembra la prima, nuova, difficile, solenne come solo il cosmo sa creare.
Le piccole bolle di sudore si muovono come un esercito nell'aria respirabile che mi avvinghia asfissiandomi, il mio corpo non è più un foglio bianco senza storie, sento le pieghe nella schiena e le ginocchia che si arrendono allo sforzo, come un soffio che prosciuga polmoni ormai stanchi di inspirare ed espirare.
Cos'è che mi chiama non lo so, nè tantomeno riconosco il luogo del loro provenire. Se siamo predestinati a balenare col pensiero, un giorno, non lo so, ma è logico pensare che la risposta -se c'è, una dannata risposta- arriverà ben dopo il lampo di saggezza finale.
Forse tutto corrisponde ad un unico punto: peccato, peccatore e condanna; la fine di ogni cosa.

Ho scelto questo spazio perchè vuoto e così pieno, raccolto in un silenzio assordante che mi scoppia in testa. Ho scelto questo nero perchè è pieno di punti luminosi, di forme tanto diverse e colorate da superare qualsiasi trascendenza che una mente comune possa comprendere o venerare. Qui tutto è superato, tutto è magnificamente obsoleto. Solo la luce, questa donna dell'aurora, questa vestale del dio universo, resiste. Solo lei, insuperabile, muta, immanente ed unica. Anche quando arranca nel rossore di una supernova che faticosamente dà nuova vita allo spazio.
Ho scelto questa vita per non appassire, perchè avvizzire è doloroso se il velo di tristezza che ti avvolge lascia fuori il cielo e le persone e le orbite che non puoi vedere dall'interno. Ho scelto queste eterne notti perchè possono permettersi più di un sole, miliardi di lune, infiniti nomi e persino punti più neri dello stesso buio.
Ho scelto.

***

E' stato un anno ventoso.
19:28 | commenti
09/02/2009
Pian piano quelli si muovono, pian piano si alzano
I morti sono neonati che si svegliano
Con membra devastate e anime bagnate
Pian piano sospirano nello stupore rapito e funebre.
Chi ha chiamato questi morti alla danza?
Forse la giovane donna che imparava a suonare il canto dei fantasmi
sul suo mezza coda?
Forse i bambini del deserto?
Forse lo stesso dio-fantasma, balbettando, applaudendo, ciarlando
alla cieca?
Io vi ho raccolti per consacrare la terra.
Vi ho chiamati per annunciare una tristezza che cade come pelle
bruciata
Vi ho chiamati per augurarvi del bene,
Per una gloria in sé da nuovo mostro.
E adesso vi invito a pregare.


J.D.M.
21:46 | commenti
12/01/2009
Non scrivo. Parola persa, vento al passato.

***
C'era una strada laccata di marmo che costeggiava il mare, il grande Sud ancora una volta sprofondava come una maestosa frana.
L'essere umano piccolo non può far altro che osservare. Non si compiace, non ha alcun merito. L'asfalto che si divincola sotto i suoi piedi è solo uno strato di grigiore sopra un serpente naturale che attraversa il territorio. Da Frisco a L.A., dal mio cuore folle ai miei piedi freddi.
Dal mare risale l'ozio dei leoni, dall'acqua si arrampica la libertà, dall'orizzonte si increspa la nebbia come ultimo velo per l'occhio distante. Questa è una terra coperta di sogni, una lingua infuocata di speranze che innervano il cervello con dossi sconnessi e buio improvviso, è la stella fortunata che splende sopra la montagna.

Attento alle scale, la pace sulla spiaggia disegnata con i sassi bianchi del bucato, la salsedine pizzica la pelle dorata di viaggio, la donna al confine segnala il passaggio della frontiera.
Siamo chiacchere davanti ad un camino nella notte di San Simeon, siamo coppie sparse di menti irrequiete che scaldano i dolori, gli occhi stirati all'estremità, le mani nude e lo sguardo nascosto dalla timidezza di un continente. Gli usi, i costumi, le giostre, la birra, la magnificenza del mondo in un attimo che consuma la legna, il crocevia dei piccoli viandanti. Il marchio.

Ero un pazzo, un altro bacio, Henry Miller rinchiuso nella foresta, scaffali pieni di libri. vecchi Sono ancora un pazzo, concretizzo e sterilizzo, stiro le mie braccia inforcandomi i capelli con disgrazia.
18:59 | commenti
24/12/2008
Posso sentire me stesso diventare sempre più freddo.

La vita è una punta di pus pronta ad esplodere. Il cancro, le variazioni della musica, prenditela comoda e lenta, la montagna non è affatto un mostro immobile nello sfondo dei tuoi giorni. La grande cima innevata è una folle danzatrice del freddo, la neve la sua polvere magica.
02:14 | commenti
23/12/2008
(C'è questa cosa che un giorno mi prende e non so più come scrollarmela di dosso.)

Voglio stare bene. Io voglio stare bene. Il whiskey, il calore della stanza, il tichettio dell'orologio, la barba che cresce. Vorrei che tutto si fermasse adesso, tornare indietro alla dormiveglia. Lei dov'era, quel giorno?
Non posso trovare le parole giuste per correggere il tiro di questa rapida battuta, sto scrivendo a me stesso in fondo, l'unica anima solitaria, l'unico figlio di puttana rinchiuso in queste mura. Mi stai parlando ancora adesso, qui o da qualche parte in questo mondo disperso che perde i piaceri delle strade e affoga nel suo vomito.

L'animale è morto, l'animale è vivo, la parabola discende con rumori sinistri. La vita che vi gira attorno si sta allontanando, nel giubbotto di pelle la mia figura si ingrossa chinandosi sotto la pioggia. Voglio scappare come tutti eppure sono ancora qui, steso al suolo per sentire il respiro della pelle.
Che posso dirti? C'è una guerra all'orizzonte, il vento selvaggio che soffia all'angolo della strada, ogni notte il mio sonno si fa più violento. Il tempo sta crepitando come il fuoco della notte, lo posso sentire, ti piega come un albero, ti scalda come un cero, libertà & schiavitù.
Il fianco del mio aereo è pieno di piccoli buchi di vana gloria, io sto qui nel mio cielo senza sorte. Nessuno sta guardando.

Non chiedermi niente, non aspettarmi, non strattonarmi, non violentarmi, non cercare di capire. Non appartengo a niente, lei mi lascerà, lui ti lascerà, spenderemo i nostri giorni illudendoci di vivere nel passato, sognando il futuro dalla finestra di un castello, cresceremo in fretta invecchiando e quando non avremo più la forza per tenerci ancora in alto ci accorgeremo degli istanti buttati nel cesso con noncuranza, consumati frettolosamente, evitati con precisione, catturati a malapena, gli attimi che avrebbero potuto cambiarci e che avremmo battezzato "differenti". E invece eccoci qui, proprio come ti dicevo, sconfitti e dimenticati alla fine della corsa.

La gente parla senza conoscere, io la mia storia non riesco a raccontarla. Scrivere è una condanna, ogni parola è un secondo di vita che scivola via, te lo strappi dal corpo e dall'anima con autolesionismo e autocommiserazione, è-lo-scivolare-nell'abisso, la paura che prende una forma tangibile, la tua fottuta paura di merda che richiede il suo pedaggio, la sua ora d'aria aperta.
Adesso che il fiume ha smesso di fluire mi sento un condannato in cella di isolamento.
Un uomo da niente.
Guarda questa faccia delicata.
***

Prendi le cose che ami e falle diventare la tua vita.
01:33 | commenti (1)
07/11/2008
I

Whiskey con acqua, la pioggia autunnale fuori che scaccia la luce, un viaggio privo di soste ha raggiunto i bordi dell'universo, una stella malata che danza nel vuoto del mondo. Ho perso la memoria da due anni, da allora il passato mi tormenta come il ricordo di un fantasma, ciò che ottengo è un breve temporale i cui lampi di conoscenza si esauriscono troppo presto. Posso sentire soltanto gli echi degli spari, vederne il fumo contorto che sale spargendosi nell'aria bluastra di un inverno lontano.

Sveglio adesso nella notte, il viso reclino, dovrei uscire da questo inferno, dalla scatola di plastica dei miei bicchieri vuoti, non ce la faremo, sono stato un povero pazzo incapace di frenare al momento giusto. Disteso per terra come una sanguisuga, mi fa male un orecchio, la pancia si lamenta, lo stomaco è vuoto, le dita corrose, le labbra sottili, la bocca asciutta, le mani tremanti, le ossa bagnate, il sangue si scioglie nella moquette.
Mi giro da un lato, poi mi sposto dall'altro, è il giorno giusto per morire, gli inganni infine si sbriciolano al passo di un walzer raffinato, i miei giorni se ne stanno andando, le acquile non volano più rasenti al suolo, guarda i capelli persi sul guanciale del mio letto, ecco la resa dei conti. Muto sarà il prossimo mattino.

Quelle biglie di tutti i colori, sul comodino, basta un cambio di luce per farmi impazzire, l'arcobaleno che le riempie sembra ritrarsi come un artiglio ferito. Le guardo ancora una volta, le imprimo con forza nella mia mente, mi fanno sentire stranamente vivo, vulnerabile,
piango come un bambino, piango di gioia. Conservo un ultimo ricordo felice.

C'è qualcosa di magico in questi attimi conclusivi, una solitudine eterea che finalmente svela il suo volto, la malinconia che giunge al suo apice esplodendo in una supernova. Galleggio in un limbo che sembra perfetto, l'intenso chiarore non è più un oscuro presagio, sento una nenia leggera diffondersi lenta, quindi il nulla, l'illusione che è stata la vita svanisce in un brevissimo istante. Quando un destino si compie una stella ci abbandona.
Buio.


II

Sono in piedi sul ciglio della strada, sono tornato a casa, qui sono cresciuto incosciente e ribelle, pieno di grazia perduta. Domani scorrazzerò in giro per la valle dimentico di ogni stanchezza  passata e della triste secchezza dei vecchi giorni.
***

La fine è un'insonne compagna che non tradisce. Nel momento in cui si avvicina, quando al suo cospetto il sangue gela nelle vene, essa non fa altro che proteggerti dolcemente.
03:22 | commenti (2)